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Un Caso di Schizofrenia
pubblicato il 26 May 2014


P. mi cercò dopo un lungo periodo di riabilitazione (5 anni) consecutivi ad un ricovero in una clinica psichiatrica a causa di uno scompenso psicotico con delirio di persecuzione, allucinazioni uditive e visive e idee di riferimento accompagnate da panico e terrore. Durante il ricovero fu trovata una farmacoterapia neurolettica sufficientemente efficace da controllare i suoi sintomi e soprattutto ridurre il senso di terrore. Dimesso dall’ospedale, P. lamentava però sonnolenza, apatia ed estrema fatica che peggioravano ulteriormente quelle manifestazioni che la psichiatria classica definisce come “sintomi negativi”, l’apatia, l’abulia, l’appiattimento affettivo, il ritiro sociale, insomma l’altra faccia del delirio.
P., professionista di alto livello, si ridusse a vivere ancora presso i genitori e svolgere lavoretti occupazionali in un centro diurno oltre a sedute psicoterapiche settimanali durante le quali si lamentava della persistenza di idee di riferimento e allucinazioni uditive seppur controllabili, oltre ai fastidiosi sintomi negativi. I medici interpellati rispondevano sempre con un incremento del dosaggio dei farmaci, ciò che peggiorava la sintomatologia negativa e la passività di P. in un circolo vizioso. Quando P. si presentò nel mio studio iniziò subito a parlarmi delle allucinazioni che ancora lo disturbavano; lo lasciai fare e non gli sembrò vero di poterne parlare con un medico che non si turbasse e non reagisse subito con un aumento del dosaggio di neurolettici. Nel corso di alcune sedute gli spiegai il senso delle allucinazioni come esperienze percettive personali proiettate all’esterno in un meccanismo patologico tipico della sua malattia dovuta ad un blocco oculare primario. La soluzione non era quella di azzerare questi sintomi con i farmaci ma di tollerarli e percepirne il sentimento collegato: la paura e il terrore. Protetto comunque dal farmaco, P. poteva e doveva imparare a tollerare il proprio terrore e doveva anche iniziare ad esprimerlo. A questo punto iniziavano le sedute sul lettino, dove P. scaricava fisicamente ed emozionalmente le sue tensioni, la sua ansia e le sue paure. Nel corso di sei mesi di terapia il suo livello energetico era decisamente aumentato così come la sua tolleranza alla paura e al terrore, tanto che iniziammo una lenta diminuzione del carico neurolettico, finora esageratamente elevato. Lo stesso lavoro di “desensitizzazione” dalla paura lo facemmo nei riguardi del lavoro e dopo un anno di terapia finalmente P. poté riprendere il suo antico lavoro in forma piena. Oggi il quantitativo neurolettico è ridotto di un terzo e P. lavora con successo e passione, vive indipendente e continua le sue sedute con me. La strada è ancora lunga ma i successi iniziali ci riempiono di ottimismo per il futuro.



Un Caso di Disturbo Somatoforme
pubblicato il 26 May 2014


L. iniziò la terapia lamentando un forte dolore all’anca destra (all’altezza del trocantere maggiore) che l’aveva resa totalmente invalida da un anno. Sottoposta a numerosissimi esami diagnostici ed esclusa qualsiasi patologia organica, venne trattata con un farmaco antidepressivo senza grandi risultati: il dolore persisteva, non poteva lavorare, non poteva sedersi, era disperata.
Al nostro secondo incontro L. accetta di iniziare immediatamente una valutazione sul lettino di trattamento, dove mostra subito un’importante immobilismo di tutta la parte inferiore del suo corpo in particolare del segmento pelvico. In orgonomia il segmento pelvico, sede dei plessi vegetativi sacrali, è l’ultimo ad essere liberato pena scompensi psicotici acuti, malattie somatiche improvvise e suicidalità. Per queste ragioni notai la particolarità ma mi limitai qua e là ad indicarle di scalciare un po’, cosa che le induceva parecchia rabbia. La mobilizzazione dei segmenti superiori (oculare, orale, cervicale e toracico) produceva comunque un notevole aumento della carica energetica all’inizio molto bassa, quasi da poter essere definita di tipo depressivo. Lentamente il quadro clinico apparentemente simile ad una psicosi si rivelò essere di tipo conversivo. Il disturbo somatoforme in orgonomia viene visto solo come un sintomo e non una malattia e quindi ogni tipo caratteriale può svilupparlo in disparate parti del corpo a seconda della sua storia e della stratificazione della corazza. Questa differenza teorica mette in evidenza la pochezza della psichiatria moderna impantanata in un sistema diagnostico puramente descrittivo, superficiale e inutile. Nel caso di L. si trattava di una classica conversione isterica, dello spostamento cioè di un sentimento in una contrattura o dispercezione corporea, in realtà una vera e propria memoria. Il continuo scarico di ostilità e rabbia le permise di prendere sempre più contatto con un senso di pesantezza e oppressione relativo a persone chiave della sua vita, a riconoscere il suo meccanismo caratteriale che la portava a sottomettersi a tali pressioni con conseguente allentamento e diminuzione del dolore. La ripresa del lavoro avvenne gradualmente fino ad occupazione piena dopo circa 1 anno di terapia. Malgrado molto migliorata dal punto di vista caratteriale e soprattutto quasi del tutto guarita dal disturbo somatoforme, L. non è ancora riuscita ad individuare il blocco specifico che le ha causato il sintomo.



Un Caso di Depressione
pubblicato il 26 May 2014


K. si rivolse a me a causa di una forte depressione che lo attanagliava ormai da due anni. Accademico e sportivo, aveva dovuto interrompere qualsiasi attività, non usciva di casa e passava le giornate chiuso in camera. Il ritmo sonno-veglia lentamente si stava ribaltando: stava a letto di giorno e si attivava di notte. Disteso sul lettino di trattamento, rivelò immediatamente un fortissimo blocco toracico, respirava a malapena, l’escursione respiratoria era minima. Premendo sul torace si percepiva comunque una forte e solida resistenza, sintomo di enorme importanza per il medico orgonomista. Gli occhi benché spenti e poco mobili erano in contatto, il segmento orale fortemente contratto con una voce appena udibile ma con gola aperta. Il pelve era rigidamente trattenuto e non mostrava segni di apertura prematura.
Anche in questo caso la ricerca della diagnosi caratteriale è fondamentale, la “depressione” infatti è un sintomo e può presentarsi in tutti i tipi caratteriali. Ogni individuo però risolverà la propria depressione solo con lo scioglimento della corazza specifica al suo tipo caratteriale. All’inizio del trattamento la diagnosi di K. sembrava dirigersi verso una patologia cosiddetta “maggiore” come la psicosi maniaco-depressiva o la schizofrenia catatonica. K. infatti se ne stava sul lettino immobile, paralizzato, assente. Si trattava quindi di un classico “stupore”, un sintomo presente sia nelle gravi depressioni che nelle schizofrenie catatoniche.
Iniziai subito la mobilitazione fisica del paziente incitandolo a respirare profondamente, a scalciare e picchiare con i bugni sul lettino gridando.
K. seguiva le mie indicazioni meccanicamente, senza capirne il senso. Lentamente però si poteva intravvedere e una maggiore vivacità fisica, benché minima, e soprattutto una certa tendenza allo scherno, al disprezzo.
La veloce risposta alla mobilizzazione, l’assenza dei sintomi tipici della schizofrenia – non da ultimo un torace senza corazza che non presenta escursione respiratoria – e di altre patologie maggiori, rivelò infine la diagnosi di carattere fallico, che rende la sua prognosi nettamente migliore rispetto alle depressioni dei caratteri schizofrenici e maniaco-depressivi.
La liberazione delle espressioni di disprezzo rese progressivamente possibile lo scarico di enormi quantità di aggressività con miglioramento fino a scioglimento totale della depressione dopo circa un anno di trattamento senza l’utilizzo di farmaci, in particolare antidepressivi. Il loro impiego avrebbe sì risolto il sintomo più velocemente, ma a scapito di una ridotta carica energetica basale ed effetti collaterali soprattutto sessuali.



Un Caso di Attacchi di panico
pubblicato il 26 May 2014


G. si rivolse a me a causa di attacchi di panico che l’assalivano da ormai un anno. Non voleva essere curata con farmaci e per questo trovò il mio nome e la tecnica medica orgono-terapica su Internet. Studente universitaria, K. è una ragazza sportiva, socievole anche se di carattere schiva e silenziosa.
Appena distesa sul lettino di trattamento G. fa vedere tutta la sua rigidità, il corpo è paralizzato, sembra una mummia, la voce stretta in gola e appena udibile, gli occhi vigili e mobili ma spenti e tristi. Colpisce l’assoluta immobilità del torace che risulta essere contratto e resistente alla pressione. Iniziamo subito la mobilizzazione del torace appena accertato che la diagnosi caratteriale non verte su caratteri oculari (in questo caso infatti la mobilizzazione del torace potrebbe scatenare una crisi psicotica). Anche in questo caso la visione orgonomica differisce da quella psichiatrica classica. L’attacco di panico, infatti, non è una diagnosi ma solo un sintomo e può comparire praticamente in qualsiasi carattere ma a modalità tipica dei diversi caratteri e quindi con la necessità di essere affrontato secondo la specifica diagnosi caratteriale. In altre parole l’attacco di panico nel carattere isterico è diverso dall’attacco di panico del carattere paranoico o del carattere fallico.
Nel corso di una decina di sedute G. riesce a vocalizzare e anche a gridare, ciò che si accompagna a un sempre più acuto senso di essere in gabbia sia psicologicamente che fisicamente. La gabbia è rappresentata dal rapporto difficile che ha sempre avuto con la madre. Rabbia e pianto si scaricano regolarmente anche se ancora molto frenati, timidi. Ciononostante gli attacchi di panico guariscono completamente e non si ripresenteranno più. G. vuole però continuare la terapia per vederci chiaro e capire cosa le è successo. Improvvisamente alla quindicesima seduta si immobilizza, sembra una mummia ancora peggiore di quanto non lo fosse alla prima seduta. Questo stato di cose si protrae per molte sedute permettendoci di vedere l’origine dei suoi attacchi di panico: una totale mummificazione fisica e psichica conseguente ad avvenimenti traumatici della sua infanzia, che affronta seduta dopo seduta con ottimo profitto. Al momento non è ancora possibile sapere cosa ha determinato la sua incredibile rigidità ma i progressi sono costanti e la voglia di sapere di G. è di ottimo auspicio.



Un Caso di Anoressia
pubblicato il 26 May 2014


F. soffriva di anoressia da ormi due anni. Aveva perso più di 10 kg, controllava minuziosamente l’assunzione di calorie, era diventata amenorroica e non la smetteva di andare in palestra. Abusava di lassativi ma non induceva il vomito. Ragazza molto bella e molto intelligente, F aveva un atteggiamento freddo e artificioso. Accettò un patto di “non belligeranza” che le imponeva di mantenere un peso sopra un certo limite, sotto il quale avrei convocato la famiglia per farla ricoverare. Sul lettino F. si paralizzava, qualsiasi movimento le chiedessi di fare veniva svolto meccanicamente come un robot o meglio una marionetta. Le misi in evidenza questo suo atteggiamento ma ci vollero decine di sedute perché F. cominciasse ad irritarsi. È allora che notai una forte tendenza alla dissociazione, faceva strane smorfie, assumeva atteggiamenti seduttivi e infantili allo stesso momento e perdeva il contatto oculare . L’orgono-terapia medica si distingue dalla psicoanalisi e dalla psichiatria anche per quanto riguarda la diagnosi, tassello essenziale per il buon andamento del trattamento. La diagnosi orgonomica si basa sul vecchio sistema diagnostico psicoanalitico unito a quello psichiatrico classico antecedente all’era DSM (1952) fondato sullo sviluppo psicosessuale relativo alle fissazioni a determinati periodi dello sviluppo infantile legati a determinate zone erogene con l’aggiunta di una enorme scoperta sia di Reich che di Baker: il segmento oculare come zona erogena. Il suo blocco determina tutte quelle malattie dette “psicotiche” di cui si occupa la psichiatria.
Per l’orgonomia la diagnosi “Anoressia” non è una diagnosi ma solo un sintomo, ogni categoria diagnostica orgonomica (di fatto ogni tipo caratteriale) può sviluppare un’anoressia e la sua manifestazione è primariamente dipendente proprio dalla diagnosi. L’anoressia di un fallico sarà quindi molto diversa dall’anoressia di una paranoica o di un catatonico.
F. ha tutte le stimmate del carattere isterico, la sua anoressia quindi non sarà mai grave come le anoressie nei caratteri paranoici, mortali in più del 10% dei casi. Stabilita una diagnosi sicura il trattamento segue una linea logica di evidenziazione del carattere e dei suoi atteggiamenti (in questo caso tipicamente isterici). Ciò porterà il paziente ad entrare in contatto, e quindi esprimere, enormi quantità di energia emozionale in forma di pianto, disperazione e rabbia. F. scaricò moltissima sofferenza all’inizio vittimistica (il termine tecnico è “masochista”) che lentamente lasciò spazio a una potente rabbia liberatoria contro i genitori rei di averla educata in modo troppo restrittivo facendola diventare una “marionetta”. Progressivamente queste scariche ne mutarono profondamente aspetto e attitudine. F. perse quell’atteggiamento artificioso e freddo e divenne quello che in fondo aveva sempre sentito di essere nel suo profondo: forte, assertiva e indipendente.
Dopo un anno di trattamento F. aveva risolto il sintomo anoressia, non certo il blocco nevrotico caratteriale per il quale ci sono voluti quattro anni di terapia.